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Sabato 14 Aprile

Di Dario Esposito

Verso un'alternativa

Per non essere solo un elemento di transizione, che porti in futuro ad un’alternativa – ipoteticamente riconducibile ad un governo di larghe intese o ad un governo Monti bis –  bisognerebbe ritornare ad essere un “partito di cultura”.

Essere cioè elemento trainante di un nuovo tipo di società che ritorni a riaffermare la propria volontà politica attraverso una visione progressista di quest’ultima.

In 20 anni abbiamo avuto un involuzione della politica, i partiti sono diventati partiti personali, è stata abolita qualsiasi tipo di cultura di appartenenza rispetto all’Europa – infatti non esiste più un partito Socialista , ne uno Liberarle, ne uno Democristiano – se teniamo come punto di riferimento l’esperienza della Prima Repubblica

Ancora più grave la mancanza di democrazia e controllo all’interno degli stessi. Ma come fare a riprendere un filo logico e ricostruire un giusto disegno politico?

il primo gesto da compiere è quello di ritornare a parlare dei problemi, e ad essi legare delle soluzioni che non siano solo un palliativo momentaneo, ma che invece siano più strutturali e canalizzino gli sforzi verso una nuova concezione della società.

Argomento ancora carico di tensioni è quello del lavoro, che ha visto sotto la spinta del Partito Democratico un dietrofront del  Governo Monti su quelli che posiamo chiamare preconcetti di fondo.

L’attenzione di quest’ultimo mese si è catalizzata troppo solo sull’ articolo 18, senza considerare che il lavoro e costituito da 2 elementi che viaggiano inevitabilmente paralleli, lavoratori e Impresa.

In un mondo globalizzato la mancanza di quelli che sono definiti “ diritti fondamentali dei lavoratori” il mercato  ha creato un sistema molto debole su due punti .

Il primo legato al costo del lavoro e il secondo legato alle condizioni del lavoro, si è sviluppato cosi un modello distorto  di industria che invece di investire sul proprio organico lavorativo e sulle proprie capacità , ha preferito rincorrere al ribasso quei paesi che ancora oggi riescono ad avere prezzi molto competitivi, vista l’assenza di democrazia a qualsiasi livello.

Da qui bisogna partire per dare non solo una spinta culturale ma creare un nuovo modello di industria e di imprenditoria.

Ad oggi l’impresa Italiana può essere raffigurata come  una piramide dove al vertice, troviamo pochissime imprese che negli ultimi anni hanno deciso di investire su ricerca, innovazione e sviluppo e che condizionano il mercato dell’expor italiano, arrivando all’11% di tutto il fatturato.   La struttura  scendendo si stratifica fino alla sua base dove troviamo l’85% di quelle medie e piccole se non che piccolissime imprese che per volontà o appunto “cultura” si sono sempre basate su forme strutturali di tipo familiare , creando piccoli nuclei , che non hanno saputo reggere all’apertura dei nuovi mercati

L’immagine che ci si pone davanti in questo caso è di una piramide troppo schiacciata sulla propria base e troppo stretta al vertice.

Ma se immaginassimo un altro sistema e sviluppassimo un nuovo tipo di mentalità imprenditoriale le cose potrebbero cambiare e anche in maniera molto celere.

Se si decidesse di investire buona parte delle risorse  per ridurre i  costi dei brevetti , o per defiscalizzare le imprese che decido di investire su innovazione e ricerca, si riuscirebbe ad allargare il vertice di quella piramide che fino ad oggi è stata occupata da troppe poche aziende ( e per di più sempre le stesse ) e allo stesso tempo si lascerebbero libere nuove energie occupazionali, che restituirebbero  linfa vitale al mercato, non che ci proietterebbero verso una fase di industrializzazione che veda in questo caso nuovi e più innovativi prodotti.

Quindi affiancare alla proposta di far pagare di meno quelle imprese che stabilizzano i lavoratori e un po’ di più quelle che invece puntano su un estrema flessibilità del lavoro si potrebbero affiancare proposte che cerchino di dare un po’ di più a chi investe su ricerca , innovazione e sviluppo e un po’ di meno a chi non lo fa.

La cultura di un paese passa anche da qui, da quanto la politica voglia dirigere quei processi progressisti  che modifichino strutturalmente la sociètà e il modo in cui questa trova al proprio interno le risorse economiche. 

Venerdì 17 Febbraio 2012

Di Dario Esposito

Contrapposizione di due sistemi


Ieri  ricorrevano  i 20 anni dal Processo “Mani Pulite”, processo che spazzo via un intera classe Politica e che aprì la strada nel nostro paese al primo Governo Tecnico, guidato da Carlo Azeglio Ciampi.
Da allora di cose ne sono cambiate ma nonostante tutto  ci ritroviamo in una situazione analoga, un nuovo Governo Tecnico e una classe politica, che molto lentamente va sfumando, benché  le cause che hanno portato a questo sono molto differenti , tuttavia si possono riscontrare in esse punti di contatto.
La corruzione che in Italia tra il 1983 e il 1994 porto alla fine della prima Repubblica, è stata inevitabilmente fomentata da un fiume di denaro, che concentrava il potere nelle lobby dei parti, che in esso trovavano finanziamenti e che a loro volta finanziavano un sistema basato sulla speculazione e sulla corruzione, una corruzione senza precedenti , talmente sfacciata e cinica da poter agire alla luce del sole, consapevole della propria impunibilità.
Ciampi dovette porre un freno, ma in primis dovette attuare un piano di ridimensionamento della spesa pubblica, attraverso privatizzazioni e cartolarizzazioni, avanzando riforme che chiesero sacrifici all’intero sistema l’Italia
La causa quindi  delle distorsioni di un sistema sono imputabili alla corruzione, e a tutto ciò che essa ne produce?.Ma soprattutto qual è oggi il simbolo di queste distorsioni nel nostro sistema globale ? Sena dubbio il sistema Capitalistico, infatti  esso viene definito come una combinazione di pratiche economiche che coinvolge in particolar modo il diritto da parte di individui e gruppi che agiscono come "persone giuridiche” (o società ) di comprare e vendere beni capitali (compresi: la terra, il lavoro; non che fattori della produzione) in un libero mercato, cioè in un mercato libero dal controllo statale.
Tutto questo comunque dovrebbe rimanere legato ad un aspetto reale dell’economia,  cioè alla produzione di un bene che a sua volta produce un indotto , ma se le regole vengono riscritte a favore di lobby che trovino nel consenso della politica lo strumento per far veicolare un certo tipo di culturale e nelle economie virtuali lo strumento per creare quelle ricchezze che non esistono, cosa succede?
Facile a dirsi una continua e costante disgregazione del tessuto sociale a tutti i vari livelli.
Nella prima metà degli anni ‘90 il settore finanziario si concentrava nelle mani di poche ma enormi società, cosi grandi che il loro fallimento avrebbe minacciato l’intero sistema.
Nel 1998 Citycorp e Travelers si fondono in Citigroup creando la prima azienda che combinava il sistema bancario con quello delle assicurazioni e tutto questo sotto il capello espansionistico della politica Americana.
Nei primi anni del 2000 il settore finanziario era diventato più redditizio, concentrato e potente. A dominare la scena c’erano 5 banche ( JPMorgan Chase & Co, Citigroup Inc, Bank of America Corp, Goldman Sachs Group Inc e Lehman Brothers ) 2 conglomerati finanziari , 3 assicurazioni e 3 agenzie di rating (Standard & Poor's - Fitch - Moody's ) .
A legare assieme queste strutture c’era la catena delle cartolarizzazioni, un nuovo sistema che trasformava miliardi di dollari in mutui o altri prestiti che venivano scambiati  con investitori di tutto il mondo, in pratica se 20 anni fa si chiedeva un mutuo, chi prestava i soldi voleva essere ripagato , dalla nascita delle cartolarizzazioni le società che fornivano il prestito non erano più a rischio.
Nel vecchio sistema il proprietario di un mutuo pagava direttamente il creditore e poiché si impiegavano anni nel pagare il mutuo, il creditore faceva molta attenzione nel prestare il proprio denaro.
Con il nuovo sistema le banche vendevano i loro mutui alle banche di investimento, che combinavano migliaia di altri mutui e prestiti per creare dei derivati chiamati Collateralized Debt Obligation in poche parole i famosi C.D.O.
Le banche di investimento vendevano poi i propri cdo agli azionisti, ora quando una persona contraeva un mutuo i soldi andavano ad azionisti sparsi per tutto il mondo.
Le banche di investimento in seguito pagavano le agenzie di rating per valutare i propri cdo e molti di loro ricevevano il massimo della valutazione, e tutto questo per creare la più grande prosperità che l’uomo abbia mai potuto avere.
Ora sappiamo che le cose non sono andate cosi , il debito finanziario è diventato debito pubblico che attualmente sta schiacciando le economie nazionali, economie che a loro volta sono cresciute su false basi e che hanno prodotto in questi anni un aumento indiscriminato delle disuguaglianze .
Ora a tirarci fuori da queste acque agitate sono intervenuti i tecnici che per anni hanno lavorato in quelle banche che sono state l’inizio di tutto - voglio solo ricordare che Mario Monti lavorava per Goldman Sachs negli anni del boom finanziario  – ma è questa la vera risposta da dare?
So benissimo che sono partito nel mio ragionamento da due antipodi totalmente differenti, ma trovo mio malgrado comportamenti e modi di agire moto simili
La corruzione nei vari stadi e ai vari livelli crea inevitabilmente un sistema autocratico che rispecchia per assurdo l’immaginario di un mondo perfetto, dove tutto è possibile e costringe chi è ignaro di tutto, a vivere secondo delle regole scorrette, imposte da altri, salvo pagarne il prezzo maggiore nel momento in cui il castello di carte crolla.
Lo è stato per l’Italia corrotta delle tangenti  che ha visto il proprio debito lievitare in un decennio dal 60 al 120 % ,  lo è tuttora schiacciata da una crisi economica (creata da uomini corrotti ) che non trova precedenti , che ha visto nel sistema finanziario una strategia che non ha portato nessun elemento di positività ma bensì il contrario .
Il mio vuole essere un punto di riflessione, un modo per ragionare su ciò che ci circonda e su quali potrebbero essere gli eventuali scenari che si prospettano, consapevole dell’importanza della veicolazione  delle informazione come strumento per creare una nuova coscienza civile.

  
 

Mercoledì 1 Febbraio 2012

Di Dario Esposito

la Decrescita:" oggi non più un utopia "

Il mercato unificato e globalizzato barcolla sotto i colpi della crisi economica, il capitalismo mostra tutte le sue debolezze e lacune, legate soprattutto all’avidità dell’essere umano e alla frenica corsa dello sviluppo e del consumo.
Da qui la necessità di cambiare o almeno provare a cambiare qualcosa,  puntando su  sistemi diversi da quelli conosciuti fino ad oggi , che ridimensionino la spregiudicatezza dei mercati e che riportino l’essere umano ad un rapporto più vicino alla sua natura.
“ il nostro pianete è abbastanza grande per soddisfare le esigenze di tutti , ma troppo piccolo per soddisfare l‘avidità di pochi ”
Ciò che mi ha colpito ultimamente e che ha suscitato in me un notevole interesse è il concetto di Decrescita portato avanti da  Serge Latouche e che trova sempre più estimatori nel mondo, assumendo quei connotati  di possibile “ cura “ all’attuale crisi economica. La decrescita si smarca cosi  dallo status di filosofia eccentrica per diventare “ utopia concreta
L’obbiettivo e di trasformare la  nostra società “ sviluppista ” ormai in fase di disfacimento sotto il peso del proprio fallimento, in una società che tende ad una lenta e sostenuta decrescita , tramite l’utilizzo di quelle che vengono chiamate le  “ otto R “ : rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.
La Rivalutazione colma il vuoto dei valori  venutosi a creare negli ultimi 40 anni, sfruttando l’amore per la verità , il senso della giustizia, la responsabilità, il rispetto per la democrazia, l’elogio della differenza; il dovere della solidarietà, l’utilizzo dell’intelligenza , elementi indispensabili per creare un nuovo immaginario collettivo dove sarà importante riconcettualizzare non solo gli apparati produttivi, ma anche quelli sociali, tramite la redistribuzione delle ricchezze.
Rilocalizzare significa spostare il mercato da quello globale a quello locale , concetto unificante e fondamentale della decrescita infatti se le idee non devono trovare frontiere , il movimento di merci e di denaro deve essere limitati all’indispensabile, cosi come ridurre gli impatti sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare sono elementi basilari per chiudere il concetto di Decrescita.
Estremamente interessante è il punto in cui si propone di trasformare gli aumenti di produttività in riduzione del tempo di lavoro o in creazione di posti di lavoro , oltre che contrapporre alla produzione di merci  quelli che possono essere definiti i beni relazionali ,come l’amicizia e la conoscenza , il cui consumo non diminuisce, ma bensì le aumenta .
Se restiamo alle ultime stime sul l’andamento economico Italiano, possiamo notare che il nostro pil è stimato in un -2,6 % quindi in un certo senso una “ decrescita “ ,sicuramente non voluta ma che può essere l’occasione per valutare  tutti quei passaggi che ci hanno portato fino a .qui,  e tramite quella  filosofia espressa da Latouche, provare a guardando il problema sotto un altro punto di vista, forse più ideologico ma non meno efficace.
Diventa cosi fondamentale sperimentare altre strade,se non per riequilibrare le sorti di un mercato ormai allo sbando, quanto meno per ritrovare una dimensione più umana della società. 

Venerdì 27 Gennaio 2012

Di Dario Esposito

Giornata della memoria...per non dimenticare

L'uomo è quello che è grazie alla memoria, senza sarebbe una pecora e apparterrebbe a un gregge anziché al genere umano. Se per l'uomo vi è la memoria individuale, la summa delle memorie individuali compone la memoria collettiva...

Per chi non lo sapesse, oggi - 27 gennaio - è il giorno della memoria! Memoria del genocidio che ha coinvolto più di sei milioni di ebrei. Tale è la cifra delle vittime della soluzione finale attuata dal regime hitleriano.
Il termine “soluzione finale” fu usato dai nazionalsocialisti a partire dalla fine del 1940, dapprima per definire gli spostamenti forzati e le deportazioni ("evacuazioni") della popolazione ebraica che si trovava allora nei territori controllati dalla Wehrmacht, poi, dall'agosto del 1941, per riferirsi allo sterminio sistematico della stessa, che oggi viene comunemente chiamato Olocausto. Questo eufemismo serviva da una parte a mimetizzare il genocidio verso l'esterno, dall'altra per una giustificazione ideologica, come se davvero si risolvesse un problema di portata mondiale.


che fine farà la memoria quando i testimoni dell'Olocausto o Shoah- che dir si voglia - non ci saranno più? Già oggi ce ne sono rimasti pochi e quei pochi tutte le scuole del mondo se li contendono per farli venire a testimoniare in mezzo ai ragazzi di oggi che saranno gli adulti di domani. É proprio nelle scuole che si può combattere e sconfiggere il bacillo del razzismo. Più passano gli anni e meno testimoni viventi ci sono per raccontare la banalità dell'orrore - e tanto più la memoria di quell'abominevole genocidio è destinata a venire messa in discussione finanche cancellata.
Contro quest'ipotesi di appannamento e addirittura cancellazione della memoria dobbiamo oggi fare i conti, affinché domani non si verifichi. Per ciò è tanto importante raccogliere per iscritto o filmare le testimonianza dei sopravvissuti, in modo che possano arrivare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. Certo, l'esperienza diretta - dal vivo - ha tutt'altra efficacia, ma in futuro dovremmo accontentarci di avere soltanto testimonianze indirette.
A tal proposito, diventa estremamente importante creare i  “musei  della memoria” ovvero costruire musei appositamente fatti solo per questo scopo, cosicché la gente non si dimentichi.
Non c'è anno in cui non escono carrettate di saggi storici, romanzi o film che rinverdiscono la memoria di questa triste pagina della storia dell'uomo. Storia, questa, fatta di violenza ferina ma anche di slanci di profonda umanità (come le arti testimoniano) e proprio questa nostra intrinseca umanità ci fa ben sperare che effettivamente la violenza dell'uomo sull'uomo continui a scemare finanche scomparire. Del resto secondo lo psicologo-cognitivista, il Novecento - malgrado i genocidi e le due guerre mondiali - ha segnato una confortante diminuzione della violenza umana.
Dice il proverbio: La speranza è l'ultima a morire. Pertanto tenetevi pure i vostri negazionismi, io mi tengo ben salda la speranza che la memoria di ogni genocidio - ebreo o armeno o di qualunque altro popolo - continuerà ad ammonirci di cosa siamo stati capaci.
L'uomo senza memoria - sia essa collettiva o individuale - non può vivere, altrimenti sarebbe la pecora di Nietzsche  E dato che siamo uomini e non pecore: la nostra memoria collettiva non cesserà di venire tramandata, di generazione in generazione, finché l'ultimo uomo non scomparirà dalla faccia della Terra...

Mercoledì 25 Gennaio 2012

Di Dario Esposito

Articolo 18: " non un tabù ma un diritto da tutelare "

Anche se personalmente , non sono tutelato dall’art.18 , questo non vuol dire che non ne colga il significato e l’importanza , non solo per la storia che quest’articolo rappresenta ma anche per le tutele che esso garantisce.
In questo periodo di  frenetiche riforme “salva Italia “ è ancora lui il protagonista del dibattito , la parola d’ordine , rimane sempre la stessa, questo articolo non deve essere un tabù.
In verità  se ci concentriamo sui numeri, possiamo dire con certezza che esso non rappresenta più un tabù già da molto tempo, infatti sono quasi 7 milioni i “protetti “ e circa 6 milioni e 400 mila gli “esclusi “.
Allargare ancora di più la forbice tra i tutelati e i non tutelati aumenterà la produttività nel nostro paese? Ma cosa più, importante in un sistema del lavoro portato all’estrema flessibilità come è attualmente quello italiano – ricordo che i contratti atipici attualmente sono ben 46 – l’eliminazione dell’articolo 18  potrebbe ulteriormente aggravare la posizione dei giovani lavoratori italiani?
In larga parte si , infatti in 10 anni di massima flessibilità abbiamo visto un aumento esponenziale ( tolta l’attuale fase recessiva ) della richiesta di posti di lavoro che automaticamente si è bilanciata con la velocità con cui le aziende potevano lasciare a casa il proprio dipendente, in buona sostanza la produttività aumenta o rimane costante ma a discapito della forza di contrattazione anche di tipo salariale da parte dei lavoratori che oltre ad essere messi in condizioni di estremo precariato hanno visto col tempo scemare quei diritti fondamentali che fino a un decennio fa tutelavano il mondo del lavoro.
Il problema in Italia,  credo non sia l’articolo 18 ma bensì la possibilità di sviluppare nuove energie, le riforme vanno fatte, ma in questo momento più che una riforma del sistema del lavorativo, ne servirebbe una sullo sviluppo economico , che comprenda più risorse per la ricerca e l’innovazione , unica e vera spinta propulsiva per il rilancio economico. Una strada da prendere in tale direzione potrebbe essere , dare più agevolazioni in termini di leva fiscale a quelle imprese che stabilizzano i propri lavoratori, investendo nella propria azienda, non solo dal punto di vista umano ma anche in termini di sicurezza e di efficienza; togliendo un qualcosa  a tutte quelle aziende che non investono e non stabilizzano i propri lavoratori .
Vanno bene le liberalizzazioni,  perche procedono nel solco di creare non solo concorrenza ma anche occupazione e questo a beneficio del cittadino/consumatore che potrà trovare più offerte e quindi più scelta, non che prezzi più bassi.
Il diritto acquisito dal’ articolo 18 va tutelato e possibilmente esteso al più alto numero di lavoratori ,
perché garantisce quelle libertà sancite dalla costituzione e abbassa la soglia di discriminazione sui posti di lavoro.
Questo deve essere l’input e la spinta politica che deve sostenere l’eventuale riforma del lavoro per poter procedere verso un futuro legato all’ acquisizione di più diritti/doveri in questo campo, e non viceversa.
      

Tabulati dell'inchiesta Why Not : De Magistris e Genchi rinviati a giudizio per abuso d'ufficio

E’ un paradosso da comma 22. Rinviati a giudizio per aver chiesto i tabulati dei cellulari di alcuni deputati e senatori nell’ambito delle inchieste di Why Not, violando le guarentigie parlamentari. Solo che il pm di Catanzaro Luigi de Magistris e il consulente tecnico Gioacchino Genchi indagavano su utenze delle quali non potevano sapere a priori le intestazioni. Scoperte, per l’appunto, soltanto dopo l’acquisizione dei tabulati e delle notizie richieste alle compagnie telefoniche, in base alle quali il magistrato ha poi correttamente seguito le procedure previste in questi casi. Ma per chiarire la vicenda sotto il profilo giudiziario, secondo il Gup di Roma Barbara Callari, sarà necessario un processo. Che vedrà imputati il sindaco di Napoli e il superpoliziotto di Palermo con l’accusa di concorso in abuso d’ufficio. La prima udienza è fissata per il 17 aprile davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale.

Le indagini della procura romana sulla conduzione delle inchieste di Catanzaro si sono concentrate sulla banca dati di Genchi. Migliaia e migliaia di tabulati e di incroci telefonici. Il Ros dei carabinieri contò, nel 2008, circa 578.000 ‘record’ relativi ad intestatari telefonici. Compresi i numeri privati di parlamentari. Secondo il pm Caterina Caputo, in violazione delle prerogative dei parlamentari, che prevedono l’autorizzazione preventiva alla camera di appartenenza per l’acquisizione documentale di quei dati.

Tra i numeri analizzati da Genchi finirono l’allora ministro di Giustizia Clemente Mastella (indagato in Why Not e prosciolto dopo la sottrazione del fascicolo a de Magistris), il deputato Francesco Rutelli, il senatore Giancarlo Pittelli (rinviato a giudizio a Salerno per il complotto in danno di de Magistris), i deputati Beppe Pisanu (ex ministro dell’Interno di un governo Berlusconi), Domenico Minniti, Antonio Gentile, Sandro Gozi. Fu intercettato e per un breve periodo indagato, come atto dovuto, anche l’ex premier Romano Prodi (poi archiviato). Molti di loro si sono costituiti parte civile già in udienza preliminare.

E’ una vicenda legata a doppio filo con l’inchiesta avviata a Salerno sulle interferenze subite da de Magistris mentre indagava a Catanzaro. Culminata in un processo in corso di fronte alla prima sezione del tribunale salernitano (presidente Gaetano de Luca), che vede l’ex pm di Why Not e Poseidone parte civile. Mercoledì prossimo de Magistris tornerà in aula per la quinta volta per proseguire la sua deposizione. In qualità di vittima e ‘testimone assistito’, ovvero con la presenza dell’avvocato e con la possibilità teorica di avvalersi della facoltà di non rispondere. Proprio perché imputato insieme a Genchi in questo filone parallelo di Roma, per il quale sono stati entrambi rinviati a giudizio.

Immediata la reazione del sindaco di Napoli, che ha affidato la sua risposta ad una nota ufficiale. “Sono amareggiato per la decisione del Gup del Tribunale di Roma rispetto ad un procedimento in cui mi appare chiara l’incompetenza dell’autorità giudiziaria di Roma, così come è ancora più evidente l’infondatezza dei fatti” ha scritto Luigi de Magistris, che non si aspettava “questo rinvio a giudizio, perché l’accusa rivoltami è quella di aver acquisito tabulati di parlamentari senza necessaria autorizzazione del Parlamento stesso: mai un pm potrebbe essere così ingenuo. Ritenevo e ritengo un dovere costituzionale indagare nei confronti di tutti e anche nei confronti dei parlamentari e dei potenti”. Il primo cittadino partenopeo, invece, ora si augura “che la magistratura giudicante, nella sua autonomia e indipendenza, riconosca la correttezza del mio operato e l’infondatezza degli addebiti formulati dalla Procura di Roma. L’unica nota positiva di questa giornata amara è che in un pubblico dibattimento tutti si potranno rendere conto della incredibile storia da cui ancora oggi sono costretto a difendermi”.